Riporto pari pari questo post perchè lo ha scritto una che ne sa, una che scrive bene e una che scrive cose che interessano chi frequenta questi luoghi.
Flaminia Brasini inventa giochi e videogiochi, scrive,
progetta e realizza interventi di espressività, gioco e didattica. Ha
all’attivo diverse collaborazioni con scuole e case editrici
scolastiche. Ha ideato vari prodotti ludici, in rete e nella formazione a
distanza. Ha gestito ludoteche e realizzato progetti di animazione ludica e
culturale. Con un gruppo di persone unite da esperienze e idee
comuni sul gioco, sulla comunicazione e sull’educazione nel 2005 ha fondato ConUnGioco,
educare e comunicare. “I temi che ci stanno più a cuore sono quelli
legati alla relazione (con gli altri, con l’ambiente…), alla trasformazione,
alla partecipazione, alla creatività: lavoriamo giocando e mettendoci in
gioco.”
il suo blog è http://comune-info.net/2016/07/gioco-azzardo-sappiamo-davvero-problema/
Sono una giocatrice, di quelli che giocano per il piacere di giocare, di
stare insieme, di mettersi alla prova, non per soldi. Con il gioco ci lavoro
pure, come educatrice.
Ho iniziato a occuparmi di gioco d’azzardo
perché mi facevano arrabbiare quelli che parlavano di ludopatia riferendosi a
persone dipendenti da certe forme di azzardo. E perché mi
sembrava incredibile che qualcuno chiamasse giochi le slot machines.
All’inizio la questione mi pareva semplice:
c’è il gioco sano, quello che ti fa stare bene, e c’è l’azzardo che, visto che
può farti stare male, è cattivo.
Ovviamente, più ci pensavo più le cose non mi parevano così semplici.
E allora dov’era il nocciolo del problema?
La prima questione era distinguere gioco
e azzardo: l’azzardo, per sua natura, esce dal cerchio perfetto
del “puro gioco” nel momento stesso in cui non è “disinteressato”, mettendo in
campo vincite reali e soldi. Inoltre il gioco d’azzardo si basa prevalentemente
(a volte solamente) sulla fortuna e questo secondo alcuni è di per sé un male.
Ma la presenza della fortuna (anche di una grossa componente di fortuna) in un
gioco non mi pare poi così terribile: in fondo nella vita la fortuna c’è e, per
chi considera i giochi anche come strumento educativo, il fatto che giocando si
possa scoprire che esiste una tensione reale fra caso e logica, tra controllo e
abbandono, con cui imparare a fare i conti, mi pare addirittura una
potenzialità interessante e positiva.
Il
gioco permette di mettere insieme aspetti contraddittori, di lavorare sui
paradossi, di stare nella complessità e questa è una delle sue caratteristiche
più straordinarie. Logica e fortuna possono coesistere: si può
lavorare con la logica, si può accettare la fortuna, si può addirittura cercare
la logica dietro alla fortuna (la statistica, per esempio).
I soldi già sono un problema più serio, ma non credo siano di per sé e
sempre il problema principale: se fra amici facciamo una partita a poker ogni
tanto, in cui nessuno rischia nulla di rilevante per il suo benessere, nemmeno
i soldi sono più un problema.
I soldi cambiano le motivazioni e gli esiti
del gioco e così ne cambiano ogni aspetto (le emozioni, le
relazioni, le potenzialità),
eppure di per
sé non sono sufficienti a escludere certi giochi d’azzardo dalla categoria dei
“giochi”: il poker è un gioco senza dubbio, ma una slot lo è
davvero?
Evidentemente conta anche quanto peso abbia la componente economica nel piacere
di ciascun gioco e quanto “giocare a soldi” possa incidere realmente sulla vita
reale dei giocatori (nessun “gioco” che mi faccia rischiare 1 euro è di per sé
economicamente significativo per la mia vita).
Un’amica per aiutarmi ha provato a restringere il campo: “
il problema non è l’azzardo, ma l’azzardo patologico”,
il fatto che qualcuno con certi giochi possa perdere e perdersi, diventare
dipendente e rovinarsi. Ok, questo lo riconosco come un problema.
Ma mi pare la vetta di un iceberg. Perché riguarda solo
una piccola parte di giocatori d’azzardo e perché
temo riguardi solo giocatori con problemi di altra natura
e precedenti al gioco stesso. In più su questo non saprei cosa
fare, almeno nel caso di patologie conclamate.
Ho provato ad ascoltare qualche
psicologo che si occupa del problema. Tralasciando gli aspetti
clinici, che non mi competono, ho sentito alcune riflessioni che mi hanno
colpita. Una in particolare ha fatto risuonare qualcosa: “i giochi che creano
dipendenze si basano sulla fortuna e spingono totalmente su leve emotive: per
contrastarli bisognerebbe lavorare con giochi basati sulla logica, giochi di
abilità, in cui si vince con capacità e impegno”.
La proposta era di riaffermare la razionalità contro
l’emotività, l’abilità contro la fortuna. E ancora una volta i conti non mi
tornavano. Effettivamente nella nostra società molto spesso ci
attraggono e ci imbrogliano facendo leva sulla nostra emotività. Ma non mi pare
proprio che si possa dire che viviamo in un mondo in cui la razionalità ha poco
spazio! Forse il problema anche qui sta nell’innaturale tentativo di tenere
separate le due sfere: razionalità da una parte, emotività dall’altra, dove c’è
una non c’è l’altra e viceversa. Anche qui il gioco (quello vero) potrebbe fare
molto: il gioco mette insieme emotivo e razionale, ci coinvolge nella nostra
interezza e ci costringe a misurarci con diversi aspetti di noi stessi e a
trovare conciliazioni e compromessi. Insomma,
anche
questa cosa dei giochi che puntano sull’emotività contro quelli razionali non
mi tornava.
Allora mi sono trovata a pensare:
cos’è
che a me stona davvero? Cosa mi sembra così grave e doloroso da
aver voglia di dedicare tempo e risorse a questa faccenda?
E per prima cosa mi sono venuti in mente
i
vecchietti del mio quartiere imbambolati davanti a una slot, o certe signore
che conosco che si comprano un gratta e vinci dopo l’altro. Mi
è venuto in mente il gioco (?) dei pacchi in TV e certi giochini del cellulare
che ti acchiappano senza offrirti nessun piacere reale, ma solo con specchietti
colorati…
Ho pensato alle sale slot che
hanno invaso Roma (e non solo) e alla loro infinita bruttezza.
Quando il gioco d’azzardo diventa indimenticabile:
Paul Newman nei primi anni Settanta interpreta “La Stangata”
Per finire ho pensato al mio lavoro e ai
ragazzi con cui provo ad impegnarmi.
Uso il gioco come strumento educativo perché il gioco mi permette di
rendere i ragazzi protagonisti, mi permette di dire loro
(sempre, qualsiasi sia il tema del nostro lavoro insieme) “tu sai pensare, tu
sai inventare, tu sai agire a seconda di quel che hai
sperimentato/pensato/sentito; tu puoi scegliere, tu puoi cambiare le cose”. I
giochi con cui lavoro dicono sempre questo, perché sono veri giochi: ti mettono
in gioco, appunto, ti fanno confrontare con te stesso, con gli altri, con una
realtà (simulata e semplificata quanto vogliamo, ma comunque complessa,
mutevole, modificabile con le azioni dei giocatori).
Così ho focalizzato:
per me il problema
non è certo il gioco! Ma nemmeno l’azzardo in sé. Non è solo la
patologia (azzardopatia, per chiamarla col suo nome), né il prevalere in certi
giochi di fortuna o emotività.
Per me
il problema è un modello culturale
che sta dentro a certi giochi che ci hanno invasi e conquistati.
Sta nelle slot e nei gratta e vinci e nel gioco (?) dei pacchi in TV. È un
modello culturale che dice “tu non sei in grado di cambiare la tua vita con le
tue risorse, con le tue scelte, con le tue azioni… affidati a qualcos’altro e
spera bene”. Ti puoi affidare alla fortuna o a chi vuoi tu, ma è comunque
inutile che ti impegni: stacca pure il cervello, rilassati, perditi e spera.
Ovviamente non sto parlando di un complotto!
Parlo di un modello culturale che semplicemente si adatta così alla perfezione
con la nostra politica, con la nostra economia (legale e illegale!), con la
nostra storia culturale e educativa (gioco, partecipazione e cittadinanza sono
ancora lontani dalle nostre scuole), da essersi affermato senza trovare
resistenze, o trovandone troppo poche.
Ecco, io
vorrei lavorare per contrastare
questo modello culturale. Vorrei farlo giocando, facendo
giocare e se serve anche lottando un po’.