giovedì 2 marzo 2017

All That Jazz



Ho sentito  colleghi proporre come metafora esperienziale del lavoro di gruppo la jazz band. Non che sia una grande novità: la prima volta che ho colto questa proposta (mai realizzata che io sappia però) credo fosse il  2002.
Parlandone comunque in giro, e approfondendo la cosa con dei veri musicisti, devo dire che in linea di principio l’idea ci sta: in un jazz team ci sono i solisti e gli accompagnatori, c’è la rotazione delle performance, c’è la presa di rischio e di responsabilità, c’è la progettazione del pezzo e le prove, c’è il riscontro di critica e pubblico. Una buona metafora insomma per il mondo del lavoro in gruppo.


Tutto giusto, solo che come metafora da sviluppare fuori da un conservatorio risulta piuttosto ardua: intanto il jazz  è un genere “difficile” che non molti capiscono o apprezzano, l’esperienza presuppone comunque un minimo di familiarità con uno strumento da parte di ciascuno dei partecipanti (in una tromba non si soffia come molti pensano ma si spernacchia…), la preparazione per arrivare ad un risultato minimamente accettabile e non-frustrante richiede un sacco di tempo.

Ergo, se si vuole lavorare con la musica forse conviene limitarsi alle percussioni,  più banali e  limitate ma facili da recuperare come strumenti, e di non impegnativo apprendimento (perfino io so, tenendo un minimo di tempo, battere il cucchiaio sul tavolo).  
E così si possono anche ottenere risultati in breve pure soddisfacenti. 


Però il tema che volevo sviluppare in questo post  partendo dalla parola jazz in realtà è un altro.

Faccio un giro un po’ lungo ma ci arrivo, abbiate fiducia.


L’altro giorno sento alla radio Paolo Fresu che dice  come il jazz sia simile al calcio, proprio per le motivazioni di cui parlavo all’inizio: solisti, gruppo, preparazione, collaborazione e sostegno.


E allora ho pensato: ma quale calcio, ‘sta roba è la metafora del  lavoro del formatore!


Un’aula di formazione, questa è la mia idea, diversamente da certe altre forme di docenza  va preparata sapendo che la musica da eseguire non sarà mai esattamente quella prevista, che la classe è un supporto-contrasto vivo, con sue esigenze e tempi mai uguali, che chi ti ascolta può essere in buona o in cattiva, interessato ad un pezzo di quel che dici e non a tutto. E con la voglia – necessità-possibilità di intervenire anche a sorpresa.

Il brano è un tema inizialmente limitato e definito, ma col tempo si snoda in modo da offrire altre possibilità a chi ascolta-partecipa, magari passando dalla negoziazione al cambiamento, dall’obiettivo al clima.

Io ho sempre pansato che un buon formatore sia innanzitutto un buon facilitatore, ma facilitare vuol dire saper ascoltare le difficoltà, le richieste, le attitudini e le competenze già acquisite di chi chiede di essere facilitato. E mettersi in sintonia con lui.


Nella mia ormai non tanto breve carriera ho visto docenti rigidi, incapaci di variare dall'idea che avevano predefinito, finendo per andare allo scontro con la classe a volte anche in modo duro, e ottenendo solo una contrapposizione stonata, senza nemmeno il risultato di portare a casa il risultato minimo che avevano predetermnato... Ne ho visti altri buttare slide e foglietti che si erano preparati e mettersi a disposizione dei discenti, ponendosi in una dimensione di collaborazione-sostegno reciproco con esiti da Umbria Jazz Festival.

Con l’aggiunta di divertirsi e divertire, anche toccando argomenti difficili; anzi, più erano bravi e più la difficoltà del tema li esaltava. Un po’ Miles Davis insomma.

Allora, tra jazzista e formatore forse non ci sono tante differenze: se non altro resta indiscutibile il concetto che se non sono rigidi, hanno coraggio e competenza quasi certamente otterranno un applauso finale vero e sincero.


Nino non avere paura / di cambare un’aula con rigore / non è mica da questi particolari / che si giudica un formatore./ Un formatore lo vedi dal coraggio/ dall’altruismo e dalla fantasia….

martedì 31 gennaio 2017

Il RASOIO DI OCCAM (e di MICHAEL JORDAN)

Qualche tempo fa la mia amica e collega  Elena Celeste, nell’ambito di un gruppo di condivisione bellissimo e forse per questo presto finito, aveva proposto un gioco formativo davvero intrigante.

Era focalizzato sull’autoanalisi della capacità di prendere rischi e sulle differenze nel caso di situazioni diverse.

In pratica consegnava una serie di cubetti di legno fatti tagliare in un travetto da un falegname e chiedeva in un primo momento di scommettere con se stessi quanti se ne sarebbero impilati entro 30 secondi.
In un secondo momento chiedeva di ripetere la cosa sulla base dell’esperienza precedente.
Infine metteva in gara fra loro i “costruttori”
Dal debriefing seguente erano uscite diverse cose interessanti che ciascuno dei presenti si era portato via, sia su di sé che sul metodo.

Ho provato ad usarlo in diverse occasioni, sempre con utilità ma anche con una certa complicazione in caso di aule con parecchia gente:  la fornitura e la gestione dei materiali non è sempre facile, occorrono superfici piane e un numero di cubetti elevato (almeno 30) per ciascun partecipante.

Ieri ho trovato in internet un gioco che puntava a obiettivi quasi uguali: il meccanismo era quello di lanciare monetine in una scatola in lanci successivi e da diverse distanze. In questo caso si parlava di percezione di frustrazione e sfida di fronte ad obiettivi troppo facili o troppo difficili.
Quel che mi ha intrigato è stato notare come questo secondo meccanismo può lavorare sulle stesse analisi delle competenze, ma in modo più semplice e meno complicatodel primo dal punto di vista logistico: qualche  scatoletta si trova ovunque, e basta prendere un sacchetto di monetine o gettoni-fiches dai cinesi per avere tutto quel che serve, anche per tanti, senza problemi di trasporto. 

E qui arriva il senso per me più importante di questo post, e del titolo: il rasoio di Occam (se non sapete chi è andate a cercarlo) sostiene che la soluzione migliore, cioè più efficace, è sempre la più semplice. 
Michael Jordan sono scuro che sapete chi è: tirava roba in un cesto….

O tempora o mores (questo è Cicerone…)

giovedì 26 gennaio 2017

LA GLOBALIZZAZIONE LUDOFORMATIVA

Forse non tutti sanno che... come diceva la Settimana Enigmistica ai tempi eroici di Bartezzaghi Original.
Da un po' di tempo seguo un blog indiano che si occupa di gioco e formazione

Indiano dell'India, non di quelli con le piume.

L'indirizzo è http://www.thiagi.com/games/2017/1/1/january-2017-table-of-contents 
e ogni mese (il tutto è aggratisse) vi manda una serie non indifferente di pillole ludoforrmative,
alcune in inglese, altre in francese.

L'editore si chiama  Sivasailam “Thiagi” Thiagarajan, e già poter dire che si è in corrispondenza con uno con un nome così è fichissimo.

Quello poi  che pubblica lo potete liberamente usare purchè non superiate il volume di 100 copie per anno(The materials in this blog may be freely reproduced for educational and training activities. There is no need to obtain special permission for such use as long as you do not reproduce more than 100 copies per year.).

Questo mese ad esempio pubblica un gioco sulle diffierenze e le affinità, non eccezionale ma elaborabilissimo se avete un minimo di feeling con il game design. 
Oltre ad una serie di informazioni brevi ma significative di cosa succede nel mondo della ludoformazione, da San Diego a Parigi.

Poi se girate un po' per il blog di cui potete avere anche i numeri arretrati, avete la possibilità si scoprire un po' di cosette interessanti, come  il sistema ADDIE (se non lo conoscete e vi interessa andate a cercarlo, se no che gioco è?), proposto anche con brevi commenti sonori facimente comprensibili pur se in inglese.

Una delle frasi più belle secondo me trovate nel blog é "Siamo ossimorici: spontaneamente sistematici"

lunedì 9 gennaio 2017

Come eravamo



Inizio questo 2017 (che il diavolo si porti il 2016) con il riferire un post del mio amico, docente ludico  ed esperto di giochi Paolo Fasce*. Lo cito quasi integralmente –quasi perché Paolo lo propone in un focus di discussione contro le patologie dell’azzardo, argomento nobile e interessante ma un po’ lontano dai miei specifici obiettivi di blog- perché a me ha fatto pensare anche in quell'ottica di gioco come strumento di crescita legato al fattore relazionale che tanto spesso usiamo per dare senso alle nostre formazioni ludiche esperienziali. 
La relazione come soluzione per certe patologie intellettive, che non si limitano a irretire solo quelli che usano le slot machines, ma spesso anche quelli che usano un computer per lavoro tout court





“Ricordo quando ero ragazzo (sono della leva del 1967) e andavo a giocare al bar coi giochi elettronici. Si erano appena affiancati ai vecchi flipper che, pieni di luci e suoni, avevano ancora il loro fascino, mentre il calcio balilla non mancava nei bar delle spiagge. La filosofia di tutti questi giochi era quella dell’ “insert coin”. Inserendo una moneta da cinquanta lire, compravi del tempo-gioco e tale tempo era tanto più esteso, quanto più diventavi bravo. Ricordo “Asteroids”, un gioco nel quale governavi un triangolino che rappresentava una sorta di capsula spaziale, col quale potevi sparare su enormi asteroidi che, colpiti, si dividevano a metà, poi ancora a metà, fino a sparire. E poi “Space invaders”, dove una inizialmente lenta, ma accelerante legione di alieni si avvicinava alla tua base, facendo piovere proiettili che dovevi evitare mentre tu sparavi all’impazzata colpi verticali parzialmente al riparo da protezioni che, pian piano, venivano spazzate via dai colpi. E poi Pac Man e gli infiniti altri successori. La logica era tuttavia sempre quella: paghi cinquanta lire e giochi finché non muori.
Oggi tutto è cambiato. Non muori mai. Cioè, invero muori, ma hai infinite vite, quindi è lo stesso: non muori mai. La filosofia dei giochi elettronici, specie quelli sui tablet e sugli smartphone è quindi completamente diversa. Lo scopo del produttore di questi giochi è quello di catturarti e lo fa intrattenendoti, divertendoti, tenendoti legato al gioco stesso con effetti speciali sempre diversi, con appuntamenti di breve, medio e lungo periodo. In tutti questi giochi sono sollecitate, secondo diverse gradazioni, risorse cognitive e strategiche. Si gioca davvero, ma le decine di micro-obiettivi che ti vengono posti sono raggiungibili con ore e ore di gioco, oppure con qualche scorciatoia a pagamento. Nessun problema, siamo tutti maggiorenni e possiamo decidere come spendere i nostri soldi, in genere si sbloccano i livelli con pochi euro e la situazione non è diversa dai vecchi videogiochi, se non fosse per la filosofia sottesa. Quarant’anni fa, finivi i soldi, finiva il gioco. Facevi dell’altro. Leggevi un libro, facevi i compiti, andavi per strada a giocare a pallone, incontravi gli amici. 
Ma alla base è un vero gioco??

O si tratta, in buona sostanza, dello stesso meccanismo ipnotico del gioco d’azzardo, una coazione a ripetere che insiste su qualche debolezza fisiologica del cervello umano, trasformando quest’attività in patologia. Come opporsi?  Usando quei giochi in cui si incontra il limite nell’altro, in quanto necessitano di una relazione.”

La filosofia del gioco (elettronico) di paolo Fasce
In fondo alla pagina a destra (anche se dice non trovata)

giovedì 24 novembre 2016

martedì 22 novembre 2016

Giochiamo che io ero un formatore



Vengo da un sacco di incontri, conferenze, relazioni.
Un sacco di gente a parlare e un sacco di gente ad ascoltare.
Un sacco di emozioni, di complimenti e scambi di convenevoli.

Mi domando sinceramente però cosa ho messo nel mio sacco, cosa mi sono portato via e cosa si porta via quel sacco di gente. Non posso parlare per gli altri ma lo faccio per me: pochissimo.

Faccio una breve analisi del perché mi capita questo così spesso (portare via pochissimo) e una volta spuntata la mia indiscutibile presunzione e supponenza, cerco di focalizzarmi sui contenuti oggettivi che mi possono essere risultati importanti e/o utili.  Mi restano alcune esperienze personali che faccio fatica a sovrimprimere alla mia quotidianità, due libri citati e interessanti di cui ho “rubato” titolo ed editore, tre biglietti da visita che potrebbero servirmi forse in un futuro.

Rimedito sul pentalogo che un vecchio public speaker mi consigliò di seguire in queste occasioni:
1.       dire qualcosa che il pubblico non conosce
2.       dire qualcosa che al pubblico interessa
3.       dirlo nel tempo giusto, se possibile anche meno
4.       dirlo facendo in modo che il pubblico resti sveglio fino alla fine
5.       dirlo in modo che il pubblico si porti via il ricordo di almeno il 10% di quanto detto
.
Rimedito su quel che faccio io quando sto dalla parte degli oratori, e prego ogni santo che conosco di essere almeno un po’ diverso dalla maggior parte di quelli che ho ascoltato e almeno un po’ coerente col suddetto pentalogo. E faccio il fioretto di prepararmi di più, in questo senso,  la prossima volta.

Non so se tutto ciò c’entra col gioco, ma con la formazione mi sa tanto di si: comunque giochiamo che io ero un formatore.