domenica 22 settembre 2013

UN LUPO MANNARO CIVITAVECCHIESE A LUCCA

L'occcasione: festeggiare il decennale di LUPUS IN TABULA  a Lucca games e il suo autore Domenico di Giorgio (da Civitavecchia). 
La connessione: l'uso di questo gioco, ormai classico, in formazione. 
Diciamo formazione mannara.



Sappiamo, se stiamo leggendo questo blog, che in formazione si possono usare i giochi in molti modi e con diversi obiettivi. Se non lo sapessimo e fossimo capitati qui per caso riassumiamo un attimo.
Un primo modo è quello di utilizzare alcune componenti di un prodotto commerciale non modificato in nulla per sottolineare quanto e come i partecipanti al corso di formazione in questione siano abili ad usare determinate competenze.

Facciamo un esempio con qualcosa che tutti conoscono: il gioco della scopa con le carte. Se vogliamo possiamo analizzare una competenza soft meccanica come la memoria interrompendo ogni tanto la partita e chiedendo al “giocatore on focus” quante carte di un certo tipo sono già state usate, e da chi. Se volessimo analizzare la capacità di analisi strategica, dovremmo chiedergli in uno di questo pit stop formativi come stanno messi i punteggi, come prevede si possa evolvere la partita, come si stanno relazionando le coppie. A proposito di coppie: sempre tramite un’analisi strutturata si può provare a vedere come le coppie in gioco si relazionano, come reagiscono agli errori del compare, come si supportano a punteggi fatti in caso di vittoria o di sconfitta, e così via.


     Un secondo modo è quello di prendere un meccanismo preesistente e già calibrato nella storia del gioco ed elaborarne alcune componenti per uno scopo definito: sempre nel caso della scopa, si può strutturare un certo periodo, dedicato ad analisi e creatività prima della partita, per fare creare alle coppie un linguaggio che risulterà quindi incomprensibile agli avversari; per poi farlo usare nel gioco, e analizzare poi quanto un codice di comunicazione condiviso e compreso da un gruppo possa facilitarlo nel confronto con gli avversari o col lavoro in sé.



     Un terzo modello d’uso potrebbe essere quello di fare sviluppare alcuni elementi fisico-grafici ai giocatori in modo  da collegare quel gioco ad una definita e specifica realtà lavorativa: preso un normale mazzo di carte francesi, si possono fare ad esempio ridisegnare le figure e i valori numerici concordando in un brain storming ftra tutti i giocatori-dipendenti aziendali la corrispondenza fra i suddetti valori ed elementi lavorativi reali: cosa corrisponde al sette bello? La leadership nel settore? Cosa al due di picche, la procedura burocratica? E così attraverso la discussione e il disegno si ottengono spesso delle interessanti razionalizzazioni di visione comune. Inoltre, giocando poi realmente con quelle carte,  la creazione di ancore mnemoniche legate a cose, persone e fatti può facilitare l’apprendimento nell’immediato e concreto futuro lavorativo.


LUPUS IN TABULA ovviamente  non sfugge a questa interessante possibilità formativa.

Sintetizzandone e liofilizzandone le regole, possiamo intanto identificare alcuni elementi-comportamenti molto utili al fine del nostro discorso.

Il gioco in generale  si basa su quattro concetti: tenuta rispetto allo stress, intuizione-deduzione, capacità oratoria e visione strategica, quest’ultima soprattutto quando si gioca in tanti.


Piccolo inciso: in Lupus un elemento di per sè spesso negativo, quello di dovere essere in molti per giocare, in aula di formazione si trasforma in positività: non ci sono infatti molti giochi che permettano, salvo la creazione di gruppi legati allo stesso partito-pedina, di giocare quando si hanno molti discenti.


Ma vediamo nello specifico cosa potremmo farci con questi elementi, ricordando innanzitutto che in un’aula di formazione, per quanto esperienziale, il formatore dovrebbe mantenere sempre una posizione di facilitatore-osservatore, astenendosi dal partecipare all’azione, dal favorire qualcuno e dal farsi coinvolgere in eventuali discussioni.

Anche se in Lupus esiste la figura del master non giocatore, questa dovrebbe comunque essere, se possibile a rotazione, gestita in modo da facilitare a sua volta l’analisi di competenze esplicitate durante il gioco.


A proposito  della capacità di intuizione-deduzione: molti credono che questa sia un dono quasi magico, di quelli piovuti dal cielo e da cui alcuni sono per scelta divina illuminati.  In realtà, come insegnano anche Conan Doyle e Cartesio, intuizione e deduzione sono due aspetti della stessa medaglia relazionale, quella dell’ascolto e dell’osservazione. Descartes (nome originale del filosofo francese ma anche, guarda caso, della più antica e famosa casa editrice di giochi “intelligenti” francese, e importante catena di vendita) riassume il suo metodo di analisi filosofica sotto forma di quattro precetti molto generali: 1. (regola dell’evidenza) Devono essere accolte come vere solo le idee che si presentano alla nostra mente in modo chiaro e distinto. 2. (Regola dell'analisi) Suggerisce di "dividere" ogni problema o "difficoltà" nelle sue parti elementari. 3. (Regola della sintesi) Disporre i propri pensieri secondo un ordine che procede da una complessità minore a una maggiore. 4. (Regola dell'enumerazione completa) Verifica.

La certezza della conoscenza si fonda sull'evidenza dell'intuizione e sul rigore della deduzione.

Questo metodo si mostra particolarmente idoneo a essere impiegato in matematica, ma ovviamente anche nel nostro gioco formativo, considerando che dalla corretta analisi delle impressioni e dei dati si chiede di diventare responsabili del linciaggio di uno dei colleghi di avventura. Mentre fuor dalla metafora ludica, spesso si è responsabili di scelte aziendali che potrebbero avere conseguenze se non uguali, almeno molto vicine a quella succitata, però nella realtà invece che nel gioco.


La capacità oratoria. Se è vero che la retorica è l'arte di parlar bene (in greco ητορικ τέχνη, rhetorikè téchne, «arte del dire») è anche la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare il linguaggio secondo un criterio per il quale a una proposizione segua una conclusione. Lo scopo della retorica è la persuasione, l’approvazione della tesi dell'oratore da parte di uno specifico uditorio. Diciamo che è la base della persuasione, la quale a  sua volta si potrebbe definire  come fenomeno  emotivo di assenso psicologico. E questo modello di retorica assertiva è straordinariamente importante da valorizzare quando si lavora, soprattutto nel lavoro di gruppo.

In Lupus essere capaci di convincere gli altri può salvare la vita, fare vincere la partita, e ai nostri fini può per può essere in parallelo uno strumento decisamente importante per la crescita nel lavoro.

Può permetterci soprattutto di analizzare come abbiamo approcciato la convinzione dei compagni-avversari su chi sia l’uomo lupo attraverso un adeguato debriefing di auto ed etero valutazione, e può essere quindi un’ottima base formativa.

C’è anche chi ha elaborato un modello di osservazione di questo meccanismo relazionale ludico utilizzandolo al fine di analizzare differenze culturali fra giocatori di nazioni diverse,
(elearning.unistrapg.it/.../Strategie%20di%20difesa%20dalle%20accuse)  ma aggiungerei che lo si potrebbe usare per osservare le differenze fra giocatori di estrazione formativa diversa: ingegneri vs sociologi, matematici vs commerciali eccetera.

L’analisi della capacità oratoria-persuasiva può anche essere uno strumento di crescita quando si vuole lavorare sulla leadership: è evidente che una buona guida di gruppo deve sapere parlare,ascoltare, convincere sia sul piano razionale che su quello emotivo.


Quanto alla visione strategica, questo meccanismo di analisi, discussione, ripresa di indizi, di nuovo analisi della situazione modificata e così via è senza dubbio parificabile a quella lavorativa dove ad ogni azione le componenti del quadro si modificano, cambiano in modo palese o occulto i ruoli e le responsabilità degli attori, si deve riqualificare uno scenario ogni volta con la consapevolezza di dover superare anche convinzioni elaborate in precedenza.

La ricerca di alleanze di cui non si hanno dati certi per obiettivi finali o relazioni richiama anche un po’ la modalità del famoso dilemma del prigioniero, in cui si deve cercare di raggiungere il miglior risultato possibile in assenza di comunicazione o almeno comunicazione credibile. In Lupus la comunicazione c’è, ma in fondo è come se non ci fosse, dato che per definizione non si sa chi mente e chi dice la verità.


Qui vorrei riprendere anche l’elemento già citato della leadership, focalizzando l’attenzione sulla figura del master in quanto giocatore non giocatore. Gli stili di leader possono essere con facilità evidenziati proprio lavorando su questo ruolo: come gestisce l’azione nel momento in cui controlla i lupi, come abbassa i toni della discussione, come finalizza il gioco in ottica anche di divertimento. Come organizza la comunicazione fra quelli che possono parlare e quelli che non possono. Come gestisce il suo ruolo di consapevolezza degli elementi sconosciuti ai compagni colleghi (quante volte un capo non può dare certe informazioni ai collaboratori…)

A proposito di comunicazione, un buon metro di valutazione sulla sopportazione dello stress passa anche attraverso la regola che impone ad alcuni giocatori di partecipare al meccanismo generale, però senza parlare. E allora si possono scoprire quanto possono comunicare anche involontariamente certi silenzi.


Altro elemento di stress ludico su cui i giocatori possono sperimentarsi a livello formativo è la fase di buio, quella in cui è obbligatorio chiudere gli occhi, non poter vedere cosa succede, per di più sapendo che qualcun altro invece sta vedendo. Questo in effetti secondo me è uno degli elementi emotivi più riusciti del gioco, che non a caso richiama il tema gotico dell’horror licantropico.

E che ad un buon ludo progettista formativo non può non richiamare la condizione di incertezza che in tante aziende si vive quando la comunicazione è distribuita in modo non uniforme e condiviso.


Tutte le considerazione che ho fatto finora sono, credo, ragionevolmente credibili se orientate in ottica di valutazione ed autovalutazione. Ma come si possono sfruttare in orientamento più decisamente di empowerment?

Facilissimo: basta fare una partita, sviluppare un buon debriefing di analisi di quanto accaduto - chi ha vinto – perché ha vinto, lasciare un adeguato tempo di elaborazione e quindi passare ad una nuova partita, magari con ogni giocatore titolare di un foglietto-fioretto in cui si impegna di fare più attenzione a determinati comportamenti e alla loro applicazione più funzionale.

Il ciclo del più classico esperienziale secondo il metodo Kolb.

So che c’è chi fa queste cose videoriprendendo il tutto, per facilitare l’analisi: è un modello senza dubbio efficace, ma molto lungo e non è detto poi che la ripresa renda esattamente comunque tutte le fasi dell’azione. Io personalmente sono più favorevole ad uno scambio di valutazioni incrociate sul proprio comportamento e su quello dei compagni di gioco, il che permette di lavorare su tutto quello che si ricordano ma anche su quello che non ricordano (e che il formatore dovrebbe invece avere notato avendo un ruolo come detto di osservatore non coinvolto) e sul perché di questa dimenticanza.


Credo che su questo davvero bellissimo prodotto creativo si potrebbero fare molte altre considerazioni, che qui non hanno spazio e che io magari non sono in grado di elaborare. Ma penso che lo scopo di questo contributo sia al di là di tutto stimolare ad accorgersi di come questo gioco (come molti altri giochi, peraltro) in quanto simulazione di una realtà e di una serie di relazioni possa aiutare a crescere. E a farlo in modo divertente.




domenica 18 agosto 2013

FANTI CAVALLI E RE

Da più parti mi spuntano intorno citazioni relative all’uso degli scacchi nella formazione. L’altRo giorno alla radio (se non sbaglio RadioRAI 2) ho ascoltato l’intervista a Luca Desiata che ha scritto un libro sul tema in compagnia di un certo Karpov (chi ha più di trent’anni non può non avere mai sentito questo nome…) e Rocco Sabelli, già Amministratore delegato di Alitalia e Piaggio.
Titolo: SCACCHI E STRATEGIE AZIENDALI, pubblicato da Hoepli di Milano. Un manuale orientato ad affinare i meccanismi decisionali in situazioni di complessità, connesso all’ approccio al pensiero strategico.
Il Desiata collega i contenuti di un corso di strategia con l’analisi dei processi mentali dei grandi campioni, mescolando psicologia cognitiva, teoria delle negoziazioni, finanza e paradossi della teoria decisionale.
Cosa molto interessante, ciascun capitolo (pensiero strategico, pianificazione, finanza, marketing strategico, teoria delle decisioni, negoziazioni, leadership) risulta integrato da un caso aziendale tratto appunto dall’esperienza del Sabelli. 

Sullo stesso tema scacchi-pensiero strategico (a volte siccome ci si focalizza si crede che tutti parlino della stessa cosa) trovo anche un articolo in Wired di Agosto, a firma di Daniela Mangini, in cui si annuncia come a Spoleto il prossimo settembre si tenga il 1st Life Positional Thinking – LPT Summer Week 2013 (per più info http://www.complexityinstitute.it/?p=3681).
Proposto da Complexity Institute di Genova, in collaborazione con Le Mie Terre d’Italia e con la prestigiosa Accademia Internazionale di Scacchi di Perugia. Una vacanza-gioco di formazione per lo sviluppo personale.

Questa connessione di notizie attinenti allo stesso tema mi ha fatto anche pensare che una volta c’erano dei favolosi incontri-torneo uomo macchina, di cui invece da tempo non sento più parlare.
Ho lanciato nella rete la domanda “come mai?” ed ecco due autorevoli risposte.

La prima è di Adolivio Capece, maestro e voce degli scacchi da quando anche io ho cominciato a fare udire la mia nel settore del gioco (cioè da ben lontano nel tempo e nello spazio)
Le sfide computer-uomo ormai non interessano più. Appurata la superiorità del software, il programma-scacchi viene usato solo come allenatore e analizzatore. Per tutti i grandi tornei, per esempio, ci sono le partite 'in diretta' e a fianco le analisi del programma (potete trovare esempi collegandovi con www.chessdom.com).
E’ successo come con le automobili: all'inizio si facevano le corse uomo-auto, poi cavalli-auto, poi le auto hanno cominciato ad andare troppo forte....
Quanto alle case di software in realtà non hanno mai badato più di tanto ai giocatori, quanto agli usi dei programmi-scacchi per altre cose; ad esempio, quello che girava su Deep Blue (che battè Kasparov) ha poi permesso di scoprire come sono fatte le proteine. E IBM ha guadagnato per questo almeno cento volte la spesa iniziale.
Anche agli scacchisti interessa solo giocare: il software serve semmai a qualcuno per cercar di 'barare' (quello che oggi chiamiamo doping informatico) mentre fa un torneo, ma di solito viene scoperto.
Ultima notazione: anche il campionato fra software scacchistici non suscita più grande attenzione, e coinvolge ormai solo pochi appassionati di informatica.
Semmai aggiungerei una considerazione personale: scacchi (e dama), proprio grazie all'allenamento con il computer, hanno visto alzare il livello di gioco e sempre più persone giocano, specie i ragazzi in età scolare (anche se questo dipende più che altro dal fatto che il Parlamento Europeo  ha invitato tutte le nazioni ha mettere gli scacchi tra le materie curriculari della scuola dell'obbligo e questa direttiva si sta estendendo sempre più).”

Sullo stesso registro, anche se un po’ più catastrofica, la risposta di Gionata Soletti, uno dei guru del Go in Italia.
“Ormai i programmi sono oltre l'uomo. Così mi sa che gli scacchi hanno perso un po’ di smalto come d'altronde i cugini della dama, a cui va anche peggio: l’anno scorso (o quello prima) grazie ad un programma specifico la partita perfetta della dama inglese è stata risolta...
Per il Go manca ancora un po’. Anche se fino a pochi anni fa mi "mangiavo" qualsiasi programma, mentre oggi sono loro a mangiare me. “

Meditazione finale, che si collega perfettamente al senso dell’uso del gioco in formazione: giocare vuole dire mettersi alla prova, oltre a divertire serve anche a scoprire i propri punti forti e limiti. Quando si bara o si usano strumenti che sostituiscono le nostre capacità, dal punto di vista didattico ma anche da quello puramente ludico si perde il senso della cosa.

lunedì 6 maggio 2013

Woman in Action


1)      Che io sia uno orientato a curiosare fra tante cose credo sia ormai 
       scontato, almeno fra quanti mi conoscono. Una delle tante cose è la differenza fra generi e la necessità di considerare –e temere- approcci 
      diversi (in aula e non) quando si deve far formazione con maschi e con femmine. Ne ho anche scritto in un libretto che se qualcuno fosse 
      interessato potrebbe leggersi a tempo perso (le donne i cavallier l’armi e i lavori, Dante Alighieri editore).


2)      Ho un figlio che fa il trainer di beach volley, con specializzazione al femminile (qualcuno potrebbe dire:beato lui). Che mi ha mandato un video di Julio Velasco, il famoso coach del volley internazionale e ancor più famoso speaker in convention formative, che parla proprio di approccio necessariamente diverso per generi quando si sviluppa una qualsiasi forma didattica. http://www.youtube.com/watch?v=nr5hcz5SNr8  - Motivazione e Leadership per Donne e Uomini.

3)      Ho fatto vedere questo video nell’ambito del master GameMT® ai miei colleghi di corso, o per essere più precisi alle mie colleghe di corso visto che di maschio ce n’è uno solo, suscitando alcune interessantissime considerazioni. Una insegnante di scuola elementare (che è anche coach, counsellor e molto altro) mi ha fatto notare che nelle nuove generazioni  questa differenza fra maschi e femmine va scemando col tempo. I suoi bambini stanno sempre più sfumando le differenze emotive, e con esse le reazioni agli stimoli diversi. Ruoli, esperienze, imprinting di famiglie sempre più destrutturate quanto a ruoli e competenze ne potrebbero essere la causa. Ragionamento confermato da un’altra collega, responsabile del placement dell’Università di Trento, che ha sottolineato come ormai la sfida della concorrenza e del conflitto in effetti faccia presa quasi alla pari fra studenti e studentesse. Devo di nuovo sottolineare che la platea a cui avevo proposto il video e le relative considerazioni  era al 90% femminile, e che il sottofondo delle reazioni al tema mi hanno dato un po’ la sensazione di essere minimamente difensive.
4)      Nelle esercitazioni ludiche che hanno preceduto e seguito il video, gli 
      atteggiamenti delle signore sono stati decisamente coerenti con quello che diceva 
      il Velasco
5)      Non voglio trarre altra conclusione che questa: se dovete attivarvi in confronto di un gruppo femminile (siate docenti, formatori o manager) , non vi scordate di 
      tenere sotto controllo il genere dominante della popolazione a cui vi rivolgete. Potreste fare errori fatali…, come disse Hannibal Lecter the cannibal, distrutto guarda caso da una donna emotiva…
6)      Mi piacerebbe avere qualche riscontro dai lettori e dalle lettrici, ma non  ci conto

venerdì 5 aprile 2013

Buona Apocalisse a Tutti!


Ho letto un delizioso libretto scritto da Neil Gaiman e Terry Pratchett, due geniali fuori di testa a metà strada fra Douglas Adams (quello del manuale dell’autostoppista galattico) e i Monty Python (quelli -fra molto altro- de il senso della vita). Si intitola Buona Apocalisse a tutti! , pubblicato nella piccola biblioteca oscar Mondadori, anche in formato e-book.

Ne scrivo perché a) detesto quei monomaniaci che vivono di sole letture e saggistiche legate al loro lavoro b) mi sono divertito un sacco a leggerlo e vorrei condividere questo piacere coi miei pochi lettori c) contraddicendo in parte il punto a) non posso esimermi dal citare alcune frasi che hanno una connessione molto interessante col gioco:

Dio non gioca a dadi con l'universo; il Suo è un gioco ineffabile che Lui stesso ha concepito, e che, osservato attraverso gli occhi dei partecipanti, [cioè tutti] si potrebbe definire come una oscura e complicata versione del poker, giocata in una stanza totalmente buia, con carte bianche, posta infinita, e un Mazziere che non spiega le regole e non smette mai di sorridere.

 L’Inferno non è una riserva di cattiveria, pensava Crowley, né il Paradiso è una sorgente di bontà; sono solo due fazioni opposte nella grande partita a scacchi dell’universo. 

Prese la penna e scrisse: "XXXQ QVVX".Tradotto, significava: "Trovato il Continente Perduto di Atlantide. Gran Sacerdote vittorioso in torneo di quoit (di cui si allega un’immagine qui accanto per i non amanti dei giochi britannici)."

E presenta anche un punto di vista molto originale rispetto a  certi modelli di didattica:

Ogni due mesi circa, Crowley il demone selezionava uno degli arbusti che nel suo appartamento crescevano troppo lentamente, che ingiallivano, appassivano o che semplicemente non avevano un bell'aspetto, e lo mostrava agli altri. "Dite addio al vostro amico" dichiarava. "Purtroppo bisogna darci un taglio..." Poi usciva dall'appartamento portando con sé la pianta disobbediente, e rientrava più o meno un'ora più tardi con un grosso vaso di fiori vuoto, che avrebbe sistemato in qualche punto strategico della casa. 
Le sue piante erano le più lussureggianti, le più verdeggianti e le più belle di tutta Londra. 
E le più terrorizzate.

Da pagina 101 a 110 i due protagonisti (un angelo e un demone alleati per evitare l’Armageddon dato che ormai si sono ambientati fra l’umanità) si racconta un corso di formazione esperienziale sviluppato presso una società di consulenza specializzata in soft air combat. Alcuni brani sono davvero da sottolineare:

Ovviamente la ragazza col cartellino dell’ufficio Risorse Umane aveva comunicato loro che l’intento del corso era quello di consolidare le potenzialità di leadership, le capacità di collaborazione, lo spirito di iniziativa ecc. I sussiegosi manager non si erano guardati in faccia per non mettersi a ridere… 
Tompkins infilò un altro proiettile di vernice nel fucile e recitò dei mantra azindali: Fallo agli altri prima che lo facciano a te, uccidi o sarai ucciso, mangia o vattene dalla cucina...
I combattenti dell’Ufficio Pianificazione finanziaria giacevano a pancia in giù nel fossato “L’ho sempre detto che non ci si può fidare di quelli dell’Ufficio Acquisti, disse l’amministratore delegato, quei bastardi”…  “dove finisce il regolamento interno aziendale, ringhiò, i lineamenti incrostati di fango, comincio io”…
In poco tempo si delinearono delle alleanze, gli uffici finanziari scoprirono di avere parecchi interessi in comune, misero da parte le differenze e si coalizzarono contro la Pianificazione..

Il  finale di capitolo è assolutamente geniale: siccome il demone decide che il gioco si sarebbe fatto più intrigante sostituendo con atto magico alle armi a vernice dei fucili veri,  i partecipanti apprezzano sviluppando un vero e consapevole massacro. 

Andandosene poco dopo l’angelo dice, riferendosi alla consulente organizzatrice del corso: “abbiamo lasciato quella povera donna in una situazione davvero terribile” “Davvero?” risponde il demone, “le prenotazioni raddoppieranno, fidati, se sa giocare bene le sua carte e i cavilli legali. Un corso di formazione con armi vere? Ci sarà la fila.”

Quando si dice che si impara di più da un romanzo di fantascienza che da tanti saggi scritti da professoroni.

venerdì 15 marzo 2013

Meditate, gente, meditate




L'evento di questi giorni, ma forse del secolo, non può essere che quello legato al nuovo papa Francesco. Ce n’è da vendere di primati curiosi: primo papa a chiamarsi Francesco, primo papa extraeuropeo, primo papa gesuita (il che crea fra l’altro un trittico che mi risulta assolutamente inedito di tripapismo in contemporanea: abbiamo viventi il papa normale, il papa emerito e il papa nero – così viene chiamato il generale dei gesuiti che a questo punto viene un po’ declassato a  colonnello… chissà se in Nostradamus si trova qualcosa al proposito?). 


La prima notazione, si mormora, potrebbe essere letta in chiave non tanto e non solo di Francesco d'Assisi quanto di Francesco Saverio, gesuita come il cardinal Bergoglio e compagno del fondatore stesso della Compagnia di Gesù.

Perché  parlo di papi e congregazioni varie in un post  di giochi e formatori? Perché intanto questo risulterebbe essere un papa appassionato di gioco del calcio ( pare sia socio dal 2008 del San Lorenzo de Almagro, uno dei club storici di Bayres)

In realtà però la ragione è un'altra:  fra queste ed altre cose che mi hanno colpito fin dalla sua prima apparizione c'è n'è una molto particolare: la preghiera di unirsi a lui per un momento di silenzio, preghiera e meditazione.
Una richiesta che ha fatto letteralmente fermare il mondo.
E che mi ha ricordato cose dette poco tempo prima in sede di formazione sul project management: se non si trova la forza e il tempo di fermarsi a pensare a cosa si sta per fare, non potremo che vivere reagendo invece che agendo.
Fermarsi a meditare, lo si faccia per pregare come per analizzare il momento o le risorse, è un' attivitá fondamentale, e che sia stato dato un segnale in questo senso mi pare oltre che coerente con la modalità di approccio tipico dei gesuiti anche condivisibile e interessante  per noi laici.

Pur ritenendomi molto laico, non è la prima volta che trovo spunti stimolanti nella visione dell’approccio al lavoro e alla vita di Ignazio di Loyola.
Proprio poco tempo fa avevo avuto modo di leggere “Leader per vocazione i principi della leadership secondo i gesuiti” editore Il Sole 24 Ore (novembre 2005), un volume che esamina i principi che hanno determinato il successo della Compagnia e ne suggerisce l'applicazione (rielaborata, ovviamente) nelle imprese moderne per la formazione dei propri leader.
L’ autore è Chris Lowney,  un ex gesuita che descrive i  principi di management che hanno guidato la Compagnia di Gesù per oltre 450 anni: consapevolezza di sé, creatività, amore ed eroismo. Formando 21.000 "professionisti" che gestiscono 2.000 istituzioni, i gesuiti marciano verso il loro cinquecentesimo anniversario. E credo sia interessante notare come invece delle cento maggiori società americane fondate nel 1900 soltanto sedici hanno festeggiato il loro primo centenario.
Penso proprio che alla prossima aula sulla progettazione e gestione del tempo questo bell’esempio mi sarà davvero utile: se ha tempo il papa di fermarsi a meditare, volete non avercelo voi?


lunedì 11 febbraio 2013

GameMT® , the Master


Il prossimo 9 marzo a Roma e il 16 successivo a Milano andrò a presentare il frutto di un anno di preparazione, lavoro e contatti: GameMT®, un master su gioco e formazione derivato, anzi costruito sul libro Keiron  pubblicato lo scorso anno da La Meridiana, scritto insieme ad un sacco di amici competenti e bravi, ma soprattutto insieme a Domenico di Giorgio. Quel libro, strutturato in modo da dare un panorama il più ampio possibile relativamente al  mondo del gioco applicato ed applicabile alla formazione e alla didattica, ha avuto un suo successo e percorso, ed ora costituisce come detto la base teorica (assieme al più modesto Met@forming, scritto da me medesimo tre anni fa) di questi quattro incontri, che si svilupperanno da fine aprile a metà giugno, sempre durante un weekend. L’obiettivo è quello di fornire nel modo più concreto ed utile possibile gli elementi -diciamo così- alchemici che formatori, insegnanti e docenti vari porranno poi mescolare per produrre ed usare giochi-esperienze utili alla crescita delle persone a cui si rivolgono in azienda, nelle scuole o nella vita.

Ogni sessione avrà una parte teorica legata ad un aspetto ludico (tavolieri, parole, racconti, videogiochi. dadi), una alla teoria della formazione ed agli aspetti collegabili di competenze e metafore ludiche ( il rischio per la sicurezza e la visione strategica, la competizione per la capacità negoziale ecc.), una parte di sperimentazione pratica (si gioca, si debriffa e poi si gioca ancora) e una di applicabilità (si parla con aziende che hanno già usato la cosa, si analizzano problemi concreti lavorativi) e infine con un “apprendistage” si progetterà realmente un intervento su un’azienda “cavia” vera seguendo questa metodologia.

Il tutto sotto l’amorevole ed attenta guida, oltre che mia in qualità di tutor trasversale (purtroppo starò tra i piedi dall’inizio alla fine),  anche di Luisa Salmaso, docente dell’Università di Padova e specialista in giochi narrativi e di scrittura, e di Piermarco Rosa, docente in videogame design all’Università di Genova ed espero di nuove vie ludiche, con la supervisione e controllo dell’impareggiabile Daniela Fregosi, dea madre della Community di formazione esperienziale. Oltre ad alcuni altri personaggi che ci hanno fatto promessa di interventi a sorpresa, tutti estremamente qualificati sia nel mondo del gioco che in quello della consulenza.
Le date: come detto  il GameMT® si svolge su un totale di 8 giornate di lavoro guidato e un certo numero giornate di lavoro individuale, connesse in rete.  Le giornate in particolare saranno 20/21 aprile,  4/5 maggio,  18/19 maggio e 8/9 giugno con orari dalle 10.00 del sabato alle 17.00 di domenica
Il Master costa € 1.650 più IVA se ci si iscrive entro l’11 marzo e € 2.200 entro il 5 aprile, e si terrà in Modena, terra di connessione nazionale, presso l’Istituto di Storia di Modena (con alloggio e vitto convenzionati). Se avete un’azienda, una società o almeno una partita IVA il costo è interamente deducibile dal reddito di impresa o libera professione e i pagamenti verranno dilazionati in tre rate, la prima da saldare all’atto della prenotazione, la seconda a fine del 2° modulo, e il saldo a fine ultima sessione.

Chi frequenterà entro i limiti previsti e supererà con successo le prove di verifica del progetto concreto assegnato, otterrà la certificazione GameMT® . A che serve, vi chiederete? Beh,  rappresenterà una garanzia fornita dal pool di docenti e dalla community formazione-esperienziale.it ai clienti potenziali sulle capacità del formatore di condurre con efficacia la formazione di questo tipo. E di questi giorni non dovrebbe esser poco….

In ogni caso, come detto a inizio post, faremo due presentazioni per chiarire meglio le idee: sono assolutamente gratuite, richiedono solo una prenotazione a fini logistici nel sito www.formazione-esperienziale.it ( capitolo agende in evidenza, gioco e formazione)

sabato 2 febbraio 2013

Ode a Leonardo


No, non Di Caprio, Da Vinci.

Mi sta capitando sempre più spesso -o forse ci sto più attento- di incontrare testi, articoli e affermazioni legate al concetto della “ecletticità virtuosa”: dal già citato Sennett di Uomo Artigiano (Feltrinelli) ad  Chris Anderson (Wired febbraio 2013) in un articolo sul caso Tesla e i robot multitasking. E di apprezzare persone capaci di esprimersi positivamente in molti campi, senza essere guru in nessuno.

 Perché, Leonardo non era un esperto? Per certi aspetti no, se definiamo così un professionista che sa tutto il possibile di un settore specifico. Lui questa scienza non l’aveva, o quanto meno la controllava meno di molti suoi coetanei. E infatti tante delle sue macchine non funzionavano né avrebbero potuto funzionare, molte delle sue idee non stavano tecnicamente in piedi. Artigiano va meglio, inteso nel senso di qualcuno che non può permettersi di/non vuole restare legato ad un solo ambito ristretto, magari anche rinunciando all’eccellenza assoluta, ma capace di sperimentare fuori dalla sua zona di confort perché ha necessità di crescere. Ecco, io (insieme a Sennett) gli artigiani li sento più vicini al nostro tempo di quanto lo siano i guru/esperti. Quanto meno, nel mio piccolo, li sento più vicini a me di quanto non senta quelli che ad esempio nel gioco sanno tutto di tutti (citando autori, date, particolari e situazioni), o quelli della formazione culturalmente “alta”( tipo alcuni vertici AIF o ICF). Lo so, in parte è invidia, perché hanno sempre e subito le risposte apparentemente giuste. Ma in parte sinceramente mi irritano, perché mi danno un senso di compiacimento per la rigidità della loro conoscenza.
Naturalmente so che gli esperti sono importanti, necessari e indispensabili, ma credo che lo diventino nel momento in cui, ad esempio, il percorso creativo si chiude verso l’implementazione dell’idea, non nel momento in cui deve fiorire. Dopo che questa è stata originata.
Questa è la regione, fra parentesi, in base alla quale non credo che possano essere “i professori” a salvare l’Italia di oggi: sono tutti senza dubbio esperti, ma di problemi nati anni fa, quindi molto diversi da come si propongono oggi. Ho la percezione che i guru diano un sacco di risposte giuste a domande sbagliate, di cui non possono capire il senso errato proprio perché sono esperti di quelle “scadute”. Servirebbe un modo diverso di pensare, e quindi il coraggio della curiosità e della improvvisazione. Se vogliamo, lo specialista  dovrebbe essere usato per poter evidenziare le soluzioni canonicamente "giuste", e bloccarle proprio perché si è consapevoli del fatto che il problema non può non essere cambiato.

Una delle competenze chiave dei game designer che conosco è la conoscenza di tutto il mercato attuale del gioco in scatola, conoscenza dimostrata citando costantemente i “padri nobili”, da Randolph a Knizia, da Darrow a Gary Gygax o i capostipiti paradigmatici del gioco americano. Come ai congressi ho incontrato un sacco di prof che citano a memoria i testi sacri della sociologia, della psicologia e della didattica con tutte le deviazioni più o meno canoniche, vedi PNL e costellazioni sistemiche varie.

Tuttavia in aula io vedo e ascolto persone a cui la citazione del modello della leadership di Covey non basta più per affrontare le problematiche quotidiane, proprio perché loro il problema ce l’hanno nel 2013 in Italia e Covey ha pensato al suo schema alla fine del secolo scorso in America.

Forse la soluzione per questo momento di transizione quasi incontrollabile potrebbe essere quello di mettere diverse formule  dentro un sacchetto (dopo averle ovviamente selezionate in funzione del caso specifico anche fra quelle un po’ meno accademiche), agitare per bene ricreare un puzzle di pezzi di competenze, inevitabilmente non troppo approfondite, insieme che magari farà raccapricciare i grandi esperti ma che potrebbe fornire gli strumenti giusti per una situazione non più corrispondente ai vecchi standard.

Essendo un non esperto non ricordo chi ha formulato la teoria del caos didattico ma so che fu Nietzsche  a dire come bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante: forse, se si trova il modo di gestire 'sto caos con mezzi minimamente razionali, questo potrebbe essere il modello di successo del futuro.

Per chi poi come me è appassionato di opere vinciane e ne vuole usare la forza eclettica in formazione ludico-esperienziale, posso consigliare alcuni prodotti commerciali che secondo me possono dare interessanti stimoli all’aula: intanto il ponte di Leonardo, una specie di rompicapo basato sulla teoria della frizione e dei pesi in base a cui un ponte sta su senza alcun aggancio o chiodo (ottimo per il problem solving creativo).

Per secondo Magnifico, un Risiko anni ‘400 progettato da Spartaco Albertarelli e Angelo Zucca, in cui si devono fare evolvere stati rinascimentali facendo evolvere al contempo le invenzioni dell’epoca (utile per la visione strategica). 

E per finire Leonardo Da Vinci, ponzato dal gruppo Acchittocca per i tipi della DaVinciGames, un gioco  studiato proprio per vedere cosa sarebbe successo modificando e sviluppando le macchine di Leo: la chiave è pianificare le risorse e la capacità di produzione per massimizzare il numero di invenzioni che si possono fare (pianificazione e gestione risorse).

E poi –se lo trovate perché è un pezzo da collezione ormai- potete mettervi a giocare anche con un mio vecchio titolo, Leonardo (Editrice Giochi), una specie di Monopoli utilizzabile in chiave di team building (i giocatori vincono in solitario ma devono puntare all’obiettivo considerando anche che sono raggruppati in Guelfi e Ghibellini)