giovedì 24 novembre 2016

Gioco&Formazione: Come tradurre SWOT analysis in italiano, ...

Gioco&Formazione: Come tradurre SWOT analysis in italiano, ...: Una settimana fa ho facilitato una SWOT Analysis con un gruppo di volontari nel mondo delle cure palliative. Spiegato il conce...

Come tradurre SWOT analysis in italiano, anzi vichingo




Una settimana fa ho facilitato una SWOT Analysis con un gruppo di volontari nel mondo delle cure palliative.
Spiegato il concetto, disegnata la mitica croce centrale, inevitabilmente chiarito anche il perché si chiama SWOT.
Presentati inoltre degli esempi relativi al tema reale in oggetto, che come al solito hanno un po’ condizionato i risultati, visto che i partecipanti avevano già avuto un involontario suggerimento tramite i suddetti esempi .

A fine giornata ho esaminato l’accaduto e mi sono chiesto: ma perché dover sempre chiamare la cosa col solito acronimo inglese? Forza e Debolezza, Opportunità e Rischi sono termini efficacissimi anche in italiano.

Però  l’acronimo SWOT funziona bene: recependo la O come A, il termine rende un profumo di efficacia, pronto intervento, professionalità.

Invece in italiano esce uno strano FDOR, che sembra un nome da vichingo di Aldo Giovanni e Giacomo:
                              “io sono FDOR, figlio di Kmer, signore di Ishtar…”

Allora ho pensato: beh, perché non giocare su questo elemento? In fondo il trio è noto, simpatico, ottimo come àncora mnemonica. 

Su questa strada ho anche elaborato il fatto che se al posto di punti forti e deboli aziendali (condizionanti) si usasse fino in fondo come esempio il mondo nordico medioevale la gente, grazie alla metafora, potrebbe capire il senso dello schema senza rischio di ripetere  o restare condizionato appunto dall’esempio stesso.


E così mi è uscita questa Analisi FDOR  che vi sottopongo, suggerisco e autorizzo ad usare, magari se possibile citando l’autore:    
  MAD, figlio di PFI, signore di Metaphoris…

martedì 22 novembre 2016

Giochiamo che io ero un formatore



Vengo da un sacco di incontri, conferenze, relazioni.
Un sacco di gente a parlare e un sacco di gente ad ascoltare.
Un sacco di emozioni, di complimenti e scambi di convenevoli.

Mi domando sinceramente però cosa ho messo nel mio sacco, cosa mi sono portato via e cosa si porta via quel sacco di gente. Non posso parlare per gli altri ma lo faccio per me: pochissimo.

Faccio una breve analisi del perché mi capita questo così spesso (portare via pochissimo) e una volta spuntata la mia indiscutibile presunzione e supponenza, cerco di focalizzarmi sui contenuti oggettivi che mi possono essere risultati importanti e/o utili.  Mi restano alcune esperienze personali che faccio fatica a sovrimprimere alla mia quotidianità, due libri citati e interessanti di cui ho “rubato” titolo ed editore, tre biglietti da visita che potrebbero servirmi forse in un futuro.

Rimedito sul pentalogo che un vecchio public speaker mi consigliò di seguire in queste occasioni:
1.       dire qualcosa che il pubblico non conosce
2.       dire qualcosa che al pubblico interessa
3.       dirlo nel tempo giusto, se possibile anche meno
4.       dirlo facendo in modo che il pubblico resti sveglio fino alla fine
5.       dirlo in modo che il pubblico si porti via il ricordo di almeno il 10% di quanto detto
.
Rimedito su quel che faccio io quando sto dalla parte degli oratori, e prego ogni santo che conosco di essere almeno un po’ diverso dalla maggior parte di quelli che ho ascoltato e almeno un po’ coerente col suddetto pentalogo. E faccio il fioretto di prepararmi di più, in questo senso,  la prossima volta.

Non so se tutto ciò c’entra col gioco, ma con la formazione mi sa tanto di si: comunque giochiamo che io ero un formatore.