giovedì 15 giugno 2017

LE FINESTRE DI JOHARI E DI GRASSI



Storytelling letteralmente significa “raccontare una storia”. Ed è proprio ciò che si fa durante la partita di un gioco di narrazione: si diventa creatori di mondi fantastici e di storie avvincenti, dando libero sfogo all’immaginazione.
A differenza dei giochi di ruolo,in cui il master è il narratore d’elezione, questi giochi  distribuiscono tra tutti i partecipanti il compito di elaborare la storia.

Perché questo possa avvenire mantenendo il flusso di gioco scorrevole e naturale, esistono sistemi di regole che agiscono su due aspetti principali: gli spunti creativi e la struttura.

Gli spunti creativi sono tutti quei fattori che supportano i giocatori nella narrazione, fornendo loro idee e suggerimenti su come iniziare, sviluppare e concludere una storia, di solito carte speciali, sulle quali sono presenti immagini evocative, archetipi, raffigurazioni tipiche delle fiabe o a carattere magico-simbolico. L’idea di base è che il giocatore, osservando l’immagine presente sulla carta, possa immedesimarsi nella situazione narrativa ed esprimersi, fornendo il proprio contributo alla narrazione. 

E’ fondamentale che lo sforzo richiesto al giocatore sia minimo: chi prende parte ad un gioco, infatti, desidera soltanto rilassarsi prendendo parte ad una storia, anche se con un pizzico di interattività.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, la struttura del gioco, questa interviene a dare forma a quello che altrimenti diventerebbe soltanto un confuso accavallarsi i idee. La struttura stabilisce per esempio in che momento ciascun partecipante può intervenire nella narrazione e in che misura può modificarne l’andamento, eventualmente contraddicendo ciò che un suo avversario ha dichiarato prima di lui.  Vedi ad esempio il sistema Levity

http://www.levity-rpg.net/it/?page_id=3439      sviluppato da Roberto Grassi.

Inoltre se il gioco ha un carattere competitivo, cioè se i giocatori non si limitano a creare una storia per il puro piacere di farlo ma sono anche in gara l’uno contro l’altro, allora il regolamento deve delineare la forma di questa competizione. Ci sono almeno due possibilità: nei giochi “a votazione” ciascun partecipante ha la possibilità di esprimere un giudizio sul contributo narrativo fornito dall’avversario, nei giochi “a indovinare”, invece, l’enfasi si sposta dalla capacità di narrare a quella di interpretare degli indizi: lo scopo è infatti quello di individuare alcuni elementi della storia nascosti a tutti tranne che al “narratore”, ruolo che generalmente passa da un giocatore all’altro nel corso della partita.


Il gioco più famoso e rappresentativo di questa categoria è Dixit, un gioco composto da carte con le immagini più disparate da descrivere, mentre un gioco più classico tra i giochi narrativi è C’era una volta nel quale si hanno delle carte e l’obiettivo è creare una storia in base a quelle carte, con un ben determinato finale da raggiungere. Tra i giochi che si possono abbinare a dei libri veri e propri Tales of the Arabian Nights , oggi tradotto anche in italiano.
Altri titoli potenzialmente utili al forma-giocatore sono
Fabula (lettura, raccontare una storia)
Linq (indizi)
Sherlock Holmes Consulting Detective (lettura e investigazione)
Sì, Oscuro Signore! / Sì, Oscuro Padrino! (raccontare una storia e mentire)
Sparala Grossa (raccontare una storia, domanda e risposta, o dibattito)
Storie Nere / Storie Gialle (domanda e risposta, investigazione)
Rory’s Story Cubes (raccontare una storia)

Ci sono anche giochi di narrazione molto vicini al mondo reale lavorativo, come ad esempio http://levity.it/case-studies/quando-il-gioco-si-fa-serio/


Ci sono molti agganci infatti fra questo modello di giochi e la formazione esperienziale. prova ne sia (l'ho scoperto solo pochi giorni fa)  la simmetricità fra la finestra di Johari, ben nota fra gli addetti ai lavori, (http://www.problemsetting.it/pages/johari.htm) -concepita per definire schemi di comunicazione e conoscenza fra singoli e appartenenti a gruppi- e lo schema ideato da Roberto Grassi, famoso autore italiano di giochi narrativi, per aiutare i giocatori a identificare il rapporto di conoscenza fra i giocatori ed i personaggi di cui inventano-ricoprono i ruoli.
Risultati immagini per finestra di johari


In entrambe le situazioni i diagrammi evidenziano l’incidenza della relazione fra quanto so di me e quanto dico in funzione dell’efficacia di un gruppo di lavoro, ad esempio nel primo caso, o dell’efficacia del mio racconto nel secondo.


Quello che mi ha colpito è il fatto che il Grassi (persona assolutamente  credibile) ci dice di non aver mai sentito parlare di Johari, e dubito che al contrario Joseph Luft e Harry Ingham possano aver mai sentito parlare di Roberto e dei suoi giochi.

lunedì 22 maggio 2017

MALATTIA E RISIKO!



Oggi voglio scrivere su un tema che potrebbe sembrare un po’ fuori tema: l’uso del gioco nella terapia degli adulti. Non quella solo psicologica, quella vera, da ospedale generale. Qualcuno potrebbe obiettare: una cosa è la formazione e una cosa è la terapia.


Lasciamoglielo dire .


Dire che il gioco sia uno strumento di aiuto, supporto e sollievo da usare accanto alle terapie convenzionali nei confronti dei bambini malati è addirittura banale. Basti come esempio il lavoro che Gabriele Mari sta sviluppando , soprattutto nei confronti dei piccoli malati di autismo (leggete il suo Tuttingioco, ed.La Pieve – Ravenna, vi farà bene anche se avete a che fare con manager adulti “apparentemente” sani). 


Che gli anziani, malati o non ancora definibili come tali,  possano trovare non solo sollievo ma anche stimolo di crescita e contenimento intellettuale giocando l’ho sentito dire qualche volta. 


Mai (ma magari è una mia lacuna e me ne scuso) ho invece sentito dire da medici o operatori sanitari di qualsiasi livello e specializzazione che anche per gli adulti, quelli cioè definibili come non adolescenti e non ancora anziani, il giocare possa aiutare o addirittura essere importante. Magari si sopporta che nelle sale di attesa degli ospedali si vedano scatole di qualche prodotto famoso, peraltro mai viste usare, ma che si proponga come terapia di sostegno mettiamo il Risiko! (l’esclamativo è nel logo protetto) se l’avete mai sentito dire prima vi prego di farmelo sapere.

Cavalli si, pollice verde si, cucina si, musica si… ma gioco?

Ecco perché questo è proprio il tema che oggi voglio proporre, e lo faccio citandoun’ esperienza reale, vicina alla mia storia, in cui non faccio nomi per diritto alla privacy ma pubblico delle immagini col consenso degli interessati che me le hanno fornite.


XY si ammala di SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica, malattia neurodegenerativa progressiva del motoneurone, che colpisce selettivamente i motoneuroni, sia centrali  sia periferici. La SLA è caratterizzata da rigidità muscolare, contrazione muscolare e graduale debolezza a causa della diminuzione della dimensiano dei muscoli. Ciò si traduce in parole povere nella progressiva impossibilità di usare i muscoli volontari e involontari, fino alla morte. Di solito quel che resta “utilizzabile fino alla fine” sono gli occhi e il loro movimento usato come strumento di collegamento fra un cervello che rimane di base normale, se non altro a livello di potenzialità razionale , e il resto della compagnia.


XY è giovane quando si ammala, ed è anche appassionato di gioco, soprattutto di Risiko!

Ha amici (e una moglie) che condividono questa passione e che lo seguono sulla sua strada di conquista mondiale quasi settimanale, anche quando non può più muovere che gli occhi. Occhi con cui osserva la mappa, detta i suoi ordini attraverso una tabella trasparente, fulmina chi lo contrasta, esulta per ogni lancio fortunato e si incazza quando perde. 
E rinforza in sé e negli altri il suo essere vivo e consapevolmente inserito nella vita.

Per XY anche questo modo di relazionarsi con la vita dei “normali”è fondamentale per sentirsi allo stesso livello relazionale di chi i dadi può tirarli fisicamente, e per dimostrare come dentro una struttura fisica ormai completamente paralizzata ci sai una mente che invece  -anche grazie a cose come il Risiko! – non solo è viva ma continua a crescere.

Forse lo strumento migliore per aiutarlo a continuare la sua battaglia essenziale.


E se tutto questo è fuori tema rispetto a gioco e formazione, va beh, pensatela come vi pare.

venerdì 17 marzo 2017

The Times They Are A-Changin' - Columbia Records, 1964

Venite intorno a me voi tutti
ovunque vagate
e ammettete che le acque
intorno a voi sono salite
e accettate che presto
sarete inzuppati fino all'osso
se per voi il tempo
ha qualche valore
allora è tempo di cominciare a nuotare
o affonderete come pietre
perché i tempi stanno cambiando
venite scrittori e critici
che profetizzate con le vostre penne
e tenete gli occhi bene aperti
non vi sarà data un'altra scelta
e non parlate troppo presto
perché la ruota sta ancora girando
e nessuno può dire
chi sarà designato
il perdente di adesso
sarà domani il vincente
perché i tempi stanno cambiando
venite senatori e deputati
ascoltate vi prego il richiamo
non vi fermate sulla soglia
non bloccate l’ingresso
perché colui che ha cercato di rallentare
ci rimetterà
c'è una battaglia
fuori che infuria
e presto scuoterà le vostre finestre
e farà tremare i vostri muri
perché i tempi stanno cambiando
venite madri e padri
da tutto il paese
e non criticate
quello che non potete capire
i vostri figli e le vostre figlie
non li potete comandare
la vostra vecchia strada
sta rapidamente invecchiando
andatevene vi prego dalla nuova
se non potete anche voi dare una mano
perché i tempi stanno cambiando
la linea è tracciata
la maledizione scagliata
l'uomo lento di adesso
sarà il più veloce domani
così il presente di adesso
sarà passato domani
l'ordine sta rapidamente
scomparendo
e il primo di adesso
sarà l'ultimo domani
perché i tempi stanno cambiando

Se vi va e se vi trovate a dover parlare in aula di change management potete introdurre la vostra performance proiettando quella di Bob Dylan (connessione con Youtube permettendo) di cui vi regalo la traduzione qui sopra (e la Magnum -chi Zoolander capisce capisca). Era il ‘64...  O usate quella di Vasco (più nuova) che io personalmente amo ancora di più e uso quasi sempre, anche perché nel video -sempre su Youtube, CambiaMenti- si riporta anche il testo, davvero centrato sul fatto che la prima e unica rivoluzione che si può fare è quella su di sè.

Ma bando alla poesia più o meno Nobel e veniamo al gioco formativo.
Oggi vi passo due esercizietti-giochini di cui non mi vanto di essere autore (ma chi sono poi i primigeni autori nella formazione? Tutti copiamo e rielaboriamo ogni volta…) ma che garantisco come ottimi esempi velocissimi di resistenza al cambiamento.

 
 Il primo è il giro di braccia: chiedete ai partecipanti di incrociare le braccia come fanno di solito e poi cambiare l’incrocio.Quasi tutti  torneranno irresistibilmente alla posizione precedente, e quei pochi che ci riuscissero dichiareranno di stare scomodi. A voi il facile debriefing: se non riuscite ad accettare nemmeno questo….



 
Il secondo è un po’ più articolato ma anche più profondo e io lo uso soprattutto nei rapporti one to one.con chi non riesce ad accettare la sua realtà, ma non fa nulla per cambiarla, perché crede che non si possa.

1) Fategli prendere un foglio bianco, tracciare una riga verticale e scrivere a sinistra tutto quello che fa, nei particolari, in una qualche situazione tipo-ripetitiva (dalla sveglia all’uscita di casa, dalla salita in auto all’arrivo, dall’ingresso del supermarket alla cassa). 
Azioni concrete e identificabili.

2) Fate scegliere almeno 5 azioni dall’elenco

3) Chiedete di scrivere a destra in corrispondenza di queste un’azione diversa che porti comunque ad un risultato non catastrofico (se si riuscisse ad osare anche un po’ sul buffo sarebbe magnifico).
Un esempio banale: alla cassa del super arrivate sempre, per sicurezza,  con in mano portafoglio e tessera;  entrando nel negozio mettete entrambi in una tasca diversa dalla solita e  resistete all’estrazione fino a che la cassiera non vi dice l’importo del conto.

Poi fatelo/a ragionate un po’ fra sè e sè su quanto  è costato,quanto, ha divertito, e su quante altre cose avrebbe potuto fare senza peggiorare il risultato o forse migliorandolo.

Cambiare si può, magari cominciando dalle cose piccole.