mercoledì 10 agosto 2016

Olimpia seconda puntata



Son passati quattro anni da quando scrissi il mio primo post  “le lacrime di Olimpia”, peraltro incredibilmente molto scaricato. Me lo sono riletto e confermo quanto allora ho avuto modo di dire. Ora che son più maturo posso riprennderlo aggiungendo qualche altro elemento al tema , prendendo spunto da una frase sentita in “tutti convocati” di Radio 24, pronunciata dal mitico Zorro Zorzi, che riporto spero fedelmente:
 “nello sport si scende in campo per vincere, tutto è nero o bianco, o vinci o perdi. Giusto così. Sarebbe però importante che ci si ricordasse che questo valore di orientamento al risultato dovrebbe valere solo in quel campo. Una volta usciti di pedana si rientra in un mondo di grigi.”

Sono anni che vado dicendo in aule e salotti che prendere spunto dallo sport nell’ambito della formazione esperienziale relazionale è molto pericoloso.
Nello sport vinco se qualcuno perde, anzi se riesco a far perdere qualcuno. Il pareggio è una sconfitta per entrambi. Anche arrivare secondi è consolante solo in funzione di qualcun altro che è arrivato terzo, altrimenti si è ultimi e perdenti. A volte non consola nemmeno quello.

Graziaddio nella vita non è così, o almeno potrebbe non  esserlo. Il risultato migliore dovrebbe essere calcolato sulla valutazione delle proprie possibilità,  e sul cercare di superare quello, non qualcuno. Per certi aspetti arrivare primo se non si è fornita la prestazione attesa non dovrebbe essere affatto soddisfacente.
Il pareggio in molti casi è il miglior risultato possibile, come diceva anche il buon vecchio Brera ai suoi (e miei) tempi: la partita perfetta finisce zero a zero perché la difesa ottimale contrasta ottimamente l’attacco ottimale.
Certo magari in quest’ottica non scorre tanta adrenalina come quando si lotta con qualcuno invece di qualcosa, e infatti  le motivazioni di certi guru delle vendite sono tutte sul forzare il concetto di “tu sei migliore di lui”. Ma alla fine di numerose discussioni fatte sul tema resto ancora della mia idea: se tutti, in azienda come in famiglia e come in strada, sapessimo identificare un risultato da raggiungere senza considerare chi si deve battere per farlo o addirittura cercarlo (e in questo la teoria dell’Oceano Blu mi conforta) credo che le performance di tutti potrebbero essere migliori.

Non a caso molti coach di sport essenzialmente di testa come il tiro con l’arco chiedono ai loro atleti il non concentrarsi sui concorrenti (che identificano come forza deviante dal successo) ma solo sul bersaglio.

Ecco, questa è una delle poche  metafore che mi pare funzionale alla formazione esperienziale sportiva.

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