mercoledì 6 novembre 2013

VIENI AVANTI CREATIVO ! *




“Io non sono creativo/a… Il mio non è un lavoro creativo… Eh la creatività, sarebbe bello… Purtroppo nel mio ufficio la creatività non può entrare, qui si fanno conti…“
 
Per carità, basta, non ditelo più. Non voglio più sentire questa frase. Per piacere, vi prego… La creatività, lo affermo come uno dei pochi assiomi in cui credo, è di tutti, per tutti e ce l’abbiamo tutti. Ogni lavoro, ogni processo che sia artistico o amministrativo o produttivo ha dentro di sé la sua bella parte di creatività. Dirò di più: la creatività è allo stesso tempo un’inevitabile componente e un dovere, qualunque mestiere facciamo. Ed è un dovere incrementarla costantemente, con la consapevolezza e perché no anche con qualche corsino di supporto: se cercate con attenzione ce ne sono diversi, e molto validi, tra tanta fuffa. Anche se a volte (o molte volte) non sono compresi nelle sessioni di crescita del coaching.

Il fatto è che quando si parla di creatività le persone pensano subito a Einstein e a Leonardo, identificano lavori come il pubblicitario o il regista, e si rapportano a questi modelli. E poi per forza si ritrovano sottodimensionati, frustrati e si parano dietro alle affermazioni difensive sopra citate.
Certo, se si prende la cosa da un punto di vista diciamo così comparativo col Da Vinci o con Joice, per certi versi hanno indiscutibilmente ragione.

Ma proviamo invece a focalizzare il concetto di creatività in modo un po’ più strutturato, anche semanticamente. Magari chiamando ad aiutarci in questo arduo compito una che di creatività, intesa anche come eccellenza innovativa, se ne intende per dote naturale e per eredità professionale: Annamaria Testa. Dell’Annamaria a me piace seguire spesso il blog (che consiglio anche a voi: nuovoeutile.it). In uno dei suoi post ha ripreso un discorso molto interessante ai nostri fini, citando addirittura Poincaré, Henri , francese, matematico, fisico, astronomo, filosofo della scienza, grande divulgatore, ultimo grand savant dell’Ottocento e primo scienziato del Novecento.
Costui ebbe ad affermare che la creatività è capacità di unire elementi preesistenti in combinazioni nuove, che siano utili, aggiungendo come il criterio intuitivo per riconoscere l’utilità della nuova combinazione sia che sia bella, cioè che abbia a che fare con armonia, economia dei segni, rispondenza funzionale allo scopo.

Bellissima definizione no? Suona molto stevejobsiana ante litteram.

Ma il nostro Henri non si ferma qui, cala anche l’asso, indicando presupposti, condizioni e risultati del processo creativo. Dice cioè che in creatività si dovrebbe partire sempre da elementi che esistono già, e connetterli non a caso ma dopo aver selezionato quali elementi è giusto unire.
Per fare questo il creativo verace dovrebbe esercitare la conoscenza (La Testa ci ricorda come Pasteur sostenesse che la fortuna aiuta sì gli audaci, ma ancor più i preparati); l’intuizione, quando non è possibile avere tutti gli elementi necessari o che si vorrebbero avere come tali; l’esperienza, per poter avere anche quel minimo di sicurezza in sé che permette di osare e sfidare; e infine la tenacia, perché il processo creativo raramente porta subito a risultati evidenti.
Risultati che dovrebbero comunque essere evidentemente definibili come nuovi, utili e “belli”.
Se in ambito artistico e tecnologico i primi due aggettivi –nuovo e utile- sono facilmente comprensibili e condivisibili, il bello in ambito di servizio alla persona è forse un po’ più difficile da definire, come diceva Frassica nel suo personaggio arboriano Frate Antonino da Scasazza: non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello. 

Secondo me si potrebbe semplicemente sintetizzare (io sono per la banalizzazione virtuosa, se avesse un sito cliccherei mi piace per Occam e il suo rasoio riduttivo) sostenendo che il risultato bello è quello che soddisfa il creativo, rendendolo contento di quel che ha fatto.

Tutto molto bello, ma se noi siamo coach cosa c’entriamo con la creatività?
Beh, caro coach.. Cosa ne pensi dell’aiutare a mettere insieme cose che esistono già? Cosa ne pensi dell’aiutare a metterle insieme in modo diverso da quello fatto fino a quel momento? Cosa ne pensi dell’aiutare a creare utilità per il coachee? Cosa pensi della necessità di sviluppare la conoscenza delle esperienze più efficaci fatte qua e là? Che ne pensi della necessità di sviluppare l’intuito quando sembra che gli elementi razionali non siano sufficienti? Cosa ne pensi della tenacia nel sostenere la ricerca delle soluzioni, anche quando il silenzio e il buio sembrano fare muro davanti alla nostra difficoltà?
Ma soprattutto: cosa ne pensi del creare una connessione che produca bellezza di vita e di lavoro?
Mi piacerebbe avere un’indagine che fornisse una statistica sulle risposte medie dei coach a questo proposito. E poi parametrarla con un’altra indagine che ponesse la domanda: quante volte ti sei posto la domanda su quanto ti serve la creatività per essere coach? Quanto ti serve trasmettere la  crescita data dalla creatività consapevole ai tuoi coachee?
Per poi magari finire con la terribile questione, da cui in fondo siamo partiti all’inizio: ma tu sei creativo/a? E cosa puoi fare per incrementare questa tua competenza?
*Fin qui il post compare anche sulla nota rivosta di e per coach professionali Coachmag (www.coachmag.it)

Magari provare con un gioco, ad esempio il gioco dei film paradossali. Questo è un gioco che tanti si vantano di avere inventato, da Bartezzaghi a Lillo e Greg, ma i testi dicono che Woot & Kini (cioè io e Matteo Rosa) l’avevano pubblicato su Comix già dal ’93… non che la cosa poi abbia molta importanza, ma per amor di precisione…

Si tratta di prendere un tiolo di film famoso e di leggerne il senso in modo diverso dal convenzionale, per poi creare una mini recensione. Per esempio il classico e conosciutissimo Via col vento invece di raccontare la storia di miss Rossella e della guerra di secessione americana diventa la storia di un certo vicolo Anfossi, di Genova, in cui la strettoia che dà sul mare si trasforma per i passanti nei giorni di scirocco in un fastidioso foen. O il Padrino che da storia di mafia e morte si può trasformare in storia di liti fra chi assiste il nipotino alla Cresima.
Il meccanismo si presta a molte varianti, e questo evolvere diventa a sua volta un esercizio di creatività: si può dichiarare la storia e fare indovinare il titolo, raccontare tutte le storie e definire la più bella, creare una storia, la prima che viene in mente e quindi ragionevolmente banale e poi insistere per ottenerne almeno altre due…

E’ divertente, ve lo garantisco, e vi garantisco che è anche un utilissimo esercizio per aumentare la creatività che giace sopìta in voi. Pensateci un’attimo: c’è l’uso degli elementi-parole in modo diverso, c’è la conoscenza (se non conmoscete un po' di film non ci siamo), c’è l’intuizione (senza la quale non ci arriverete mai) e la tenacia, perché vi assicuro che prima poi ci si arriva.  
E per finire il risultato é una storia bella.
A meno che il narratore bari, ma allora questa è un’altra storia di cui parleremo in un altro post.


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